LOST WOOD, AMBIGUITY OF A TIEZE PAL FEN (HAYRACK)
Installation
Futuri Emergenti Italiani, BCC CrediFriuli, Udine, IT 2026
Site-specific construction built with wood salvaged from an area burned by a wildfire in northeastern Italy.
In August 2026, 800 hectares of forest were devastated by a three-week-long wildfire on Monte Amariana, in the municipality of Amaro in Friuli Venezia Giulia, my home region.
The design draws on the traditional Friulian hayrack (known as tieze di len pal fen in Friulian, arfe/rocui in Carnic and kozolec in Slovene), a vernacular architecture of the Eastern Alps. Standing 6 meters tall, the tieze represents an emblem of human handiwork, based on structural simplicity and logical rigor.
Yet, it is not simply an element of Friulian tradition; it becomes a device for questioning the relationship between humanity and the environment. The choice to use wood already damaged by the fire opens a reflection on sustainability and climate change (Simone Ceschin, read the full curator’s text on my website).
The structure is built entirely from charred trunks and trees, using screws as a joint system. Meant to be immersive, the installation lets visitors walk inside and directly experience the raw sensory impact of the burned forest, with its distinctive smells and textures.
Created in collaboration with CrediFriuli, part of “Futuri Emergenti Italiani,” a project by Iccrea Group with Cesare Biasini Selvaggi as main curator
Project curator: Simone Ceschin
The project wouldn’t have been possible without the support of the Regional Forestry Corps (Tolmezzo Station) and the municipality of Amaro. Huge thanks to everyone who supported me through the process: my friends and family, who helped with production; the CrediFriuli team; and the local community, who followed the project and showed up in incredible numbers at the opening.













L’installazione nasce dall’incontro dell’artista con un paesaggio segnato dal fuoco. Durante una passeggiata sul Monte Amariana, Davide Ronco attraversa le aree interessate dall’incendio e si confronta con una materia sospesa, legni che non appartengono più pienamente alla vita, ma che non sono ancora diventati semplicemente residui. Tronchi e rami bruciati, trasformati dall’azione del fuoco, diventano il punto di partenza di un nuovo processo attraverso il quale l’artista cerca di restituire quell’esperienza del paesaggio in una forma costruita. La struttura dell’installazione prende ispirazione dall’essiccatoio friulano, una costruzione semplice, essenziale, interamente legata all’utilizzo del legno e al rapporto tra l’uomo e il territorio. È proprio la sua dimensione elementare a interessare l’artista, per la capacità di rappresentare una delle forme più immediate dell’intervento umano sulla natura. L’essiccatoio diventa così un riferimento architettonico attraverso cui mettere in relazione due dimensioni che attraversano la ricerca di Ronco, quella naturale e quella artificiale, non come elementi contrapposti, ma come condizioni continuamente intrecciate. L’artista ricompone i legni raccolti sul Monte Amariana all’interno di questa struttura, costruendo un essiccatoio a due piani, alto sei metri, nel quale la geometria dell’architettura incontra l’irregolarità della materia naturale. I tronchi e i rami non vengono completamente assoggettati alla forma costruita, ma conservano parte della propria configurazione originaria, lasciando emergere ramificazioni e sviluppi che evocano la presenza dell’albero. La struttura appare contemporaneamente come un’architettura e come una forma ancora attraversata dalla natura da cui proviene la sua materia. Il legno carbonizzato conserva sulla propria superficie la memoria dell’incendio. Il nero non è un effetto applicato, ma la traccia concreta di una trasformazione già avvenuta. All’interno dell’essiccatoio, tuttavia, questa materia assume una nuova configurazione e produce un’immagine ambigua. La costruzione sembra essere stata a sua volta attraversata dalle fiamme, come se ciò che vediamo fosse ciò che rimane di un edificio dopo un incendio. L’opera sembra appartenere contemporaneamente a un prima e a un dopo. Questa ambiguità percettiva introduce una riflessione sul rapporto tra ciò che è realmente accaduto e ciò che l’immagine porta a immaginare. Il visitatore riconosce una struttura costruita dall’uomo, ma la materia che la compone testimonia una distruzione. L’essiccatoio, nato storicamente per conservare e trasformare, diventa qui il luogo di una materia che ha già attraversato una trasformazione irreversibile. L’installazione mette in questo modo in relazione diverse dicotomie, senza risolverle. Naturale e artificiale, costruzione e distruzione, vita e decadimento, conservazione e perdita convivono nella stessa struttura. L’albero e l’architettura si sovrappongono, così come il materiale proveniente dal bosco viene organizzato secondo una forma appartenente alla cultura materiale dell’uomo. L’essiccatoio non rappresenta quindi semplicemente un elemento della tradizione friulana, ma diventa un dispositivo attraverso cui interrogare il rapporto tra l’uomo e l’ambiente. La scelta di utilizzare legni già segnati dall’incendio introduce inoltre una riflessione sulla sostenibilità e sul cambiamento climatico. Ronco non produce nuova materia per costruire l’opera, ma interviene su elementi già compromessi, sottraendoli alla loro condizione di scarto e restituendo loro una nuova possibilità formale. Il recupero non coincide tuttavia con il ripristino. Il legno non viene riportato alla condizione precedente all’incendio, né viene privata la materia delle tracce della propria trasformazione. È proprio ciò che è accaduto a diventare parte integrante dell’opera. In questa prospettiva, il riferimento all’essiccatoio assume anche una dimensione temporale. Una costruzione nata per favorire un processo di conservazione viene realizzata attraverso materiali che si trovano invece in una condizione di progressivo decadimento. La struttura costruita dall’artista sembra così tentare di arrestare il tempo, mentre la materia che la costituisce continua a portarne avanti gli effetti. L’opera non elimina questa contraddizione, ma la rende visibile. Anche la presenza quasi arborea dei legni contribuisce a mantenere aperta questa tensione. Pur inseriti in una struttura rigorosamente costruita, alcuni elementi sembrano ancora appartenere al bosco, come se la forma dell’albero continuasse a sopravvivere all’interno dell’architettura. L’installazione mantiene così al proprio interno l’esperienza del paesaggio e la memoria della sua trasformazione, senza ricostruire ciò che è andato perduto.
Curator, Simone Ceschin















LOST WOOD, AMBIGUITY OF A TIEZE PAL FEN (HAYRACK)
Installation
Futuri Emergenti Italiani, BCC CrediFriuli, Udine, IT 2026
Site-specific construction built with wood salvaged from an area burned by a wildfire in northeastern Italy.
In August 2026, 800 hectares of forest were devastated by a three-week-long wildfire on Monte Amariana, in the municipality of Amaro in Friuli Venezia Giulia, my home region.
The design draws on the traditional Friulian hayrack (known as tieze di len pal fen in Friulian, arfe/rocui in Carnic and kozolec in Slovene), a vernacular architecture of the Eastern Alps. Standing 6 meters tall, the tieze represents an emblem of human handiwork, based on structural simplicity and logical rigor.
Yet, it is not simply an element of Friulian tradition; it becomes a device for questioning the relationship between humanity and the environment. The choice to use wood already damaged by the fire opens a reflection on sustainability and climate change (Simone Ceschin, read the full curator’s text on my website).
The structure is built entirely from charred trunks and trees, using screws as a joint system. Meant to be immersive, the installation lets visitors walk inside and directly experience the raw sensory impact of the burned forest, with its distinctive smells and textures.
Created in collaboration with CrediFriuli, part of “Futuri Emergenti Italiani,” a project by Iccrea Group with Cesare Biasini Selvaggi as main curator
Project curator: Simone Ceschin
The project wouldn’t have been possible without the support of the Regional Forestry Corps (Tolmezzo Station) and the municipality of Amaro. Huge thanks to everyone who supported me through the process: my friends and family, who helped with production; the CrediFriuli team; and the local community, who followed the project and showed up in incredible numbers at the opening.













L’installazione nasce dall’incontro dell’artista con un paesaggio segnato dal fuoco. Durante una passeggiata sul Monte Amariana, Davide Ronco attraversa le aree interessate dall’incendio e si confronta con una materia sospesa, legni che non appartengono più pienamente alla vita, ma che non sono ancora diventati semplicemente residui. Tronchi e rami bruciati, trasformati dall’azione del fuoco, diventano il punto di partenza di un nuovo processo attraverso il quale l’artista cerca di restituire quell’esperienza del paesaggio in una forma costruita. La struttura dell’installazione prende ispirazione dall’essiccatoio friulano, una costruzione semplice, essenziale, interamente legata all’utilizzo del legno e al rapporto tra l’uomo e il territorio. È proprio la sua dimensione elementare a interessare l’artista, per la capacità di rappresentare una delle forme più immediate dell’intervento umano sulla natura. L’essiccatoio diventa così un riferimento architettonico attraverso cui mettere in relazione due dimensioni che attraversano la ricerca di Ronco, quella naturale e quella artificiale, non come elementi contrapposti, ma come condizioni continuamente intrecciate. L’artista ricompone i legni raccolti sul Monte Amariana all’interno di questa struttura, costruendo un essiccatoio a due piani, alto sei metri, nel quale la geometria dell’architettura incontra l’irregolarità della materia naturale. I tronchi e i rami non vengono completamente assoggettati alla forma costruita, ma conservano parte della propria configurazione originaria, lasciando emergere ramificazioni e sviluppi che evocano la presenza dell’albero. La struttura appare contemporaneamente come un’architettura e come una forma ancora attraversata dalla natura da cui proviene la sua materia. Il legno carbonizzato conserva sulla propria superficie la memoria dell’incendio. Il nero non è un effetto applicato, ma la traccia concreta di una trasformazione già avvenuta. All’interno dell’essiccatoio, tuttavia, questa materia assume una nuova configurazione e produce un’immagine ambigua. La costruzione sembra essere stata a sua volta attraversata dalle fiamme, come se ciò che vediamo fosse ciò che rimane di un edificio dopo un incendio. L’opera sembra appartenere contemporaneamente a un prima e a un dopo. Questa ambiguità percettiva introduce una riflessione sul rapporto tra ciò che è realmente accaduto e ciò che l’immagine porta a immaginare. Il visitatore riconosce una struttura costruita dall’uomo, ma la materia che la compone testimonia una distruzione. L’essiccatoio, nato storicamente per conservare e trasformare, diventa qui il luogo di una materia che ha già attraversato una trasformazione irreversibile. L’installazione mette in questo modo in relazione diverse dicotomie, senza risolverle. Naturale e artificiale, costruzione e distruzione, vita e decadimento, conservazione e perdita convivono nella stessa struttura. L’albero e l’architettura si sovrappongono, così come il materiale proveniente dal bosco viene organizzato secondo una forma appartenente alla cultura materiale dell’uomo. L’essiccatoio non rappresenta quindi semplicemente un elemento della tradizione friulana, ma diventa un dispositivo attraverso cui interrogare il rapporto tra l’uomo e l’ambiente. La scelta di utilizzare legni già segnati dall’incendio introduce inoltre una riflessione sulla sostenibilità e sul cambiamento climatico. Ronco non produce nuova materia per costruire l’opera, ma interviene su elementi già compromessi, sottraendoli alla loro condizione di scarto e restituendo loro una nuova possibilità formale. Il recupero non coincide tuttavia con il ripristino. Il legno non viene riportato alla condizione precedente all’incendio, né viene privata la materia delle tracce della propria trasformazione. È proprio ciò che è accaduto a diventare parte integrante dell’opera. In questa prospettiva, il riferimento all’essiccatoio assume anche una dimensione temporale. Una costruzione nata per favorire un processo di conservazione viene realizzata attraverso materiali che si trovano invece in una condizione di progressivo decadimento. La struttura costruita dall’artista sembra così tentare di arrestare il tempo, mentre la materia che la costituisce continua a portarne avanti gli effetti. L’opera non elimina questa contraddizione, ma la rende visibile. Anche la presenza quasi arborea dei legni contribuisce a mantenere aperta questa tensione. Pur inseriti in una struttura rigorosamente costruita, alcuni elementi sembrano ancora appartenere al bosco, come se la forma dell’albero continuasse a sopravvivere all’interno dell’architettura. L’installazione mantiene così al proprio interno l’esperienza del paesaggio e la memoria della sua trasformazione, senza ricostruire ciò che è andato perduto.
Curator, Simone Ceschin















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